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Tema: la mia famiglia









Fin dalle elementari si fanno i temi sulle famiglie.  Sembra un tema stupido — anche perché lo è! — ma permette di capire, almeno se il bambino sa scrivere le parole con la gl, perché se scrive il tema sulla sua « familia » è oggettivamente un po’ indietro rispetto al resto della classe...

Che poi sarebbe il caso che si continuasse a scrivere temi stupidi sulla propria famiglia, non solo perché col tempo si potrebbe dimenticare la gl, ma soprattutto perché, bene o male, ogni famiglia fornisce spunti particolarissimi, in ogni nucleo famigliare c’è tanta di quella gente con le manie più assurde, ed è bello confrontarsi col compagno di banco e scoprire che almeno tuo fratello non ha, come il suo, la mania di collezionare pitoni nella sua cameretta!  Resta comunque il fatto che anche la mia famiglia, in tema di manie non scherza affatto.  Prendiamo le più eclatanti.

Mia mamma ha varie manie, molte delle quali dovute alla sua professione di mamma — e per questo riscontrabili in altri esemplari dello stesso tipo: spesso sembra le facciano in serie, senza mai mettere in giro un modello aggiornato, rivisto e corretto... —, altre manie dovute al fatto di essere una mamma specializzata — con tanto di patentino europeo —: una mamma rompiballe!  La mania più originale di mia mamma è, però, quella dei centrini — non nel senso che è solita fare piccoli incidenti frontali ai semafori... —.  Intendo quei cosi bianchi, rotondi, quadrati, ettagonali (al ghigliagono non è ancora arrivata, ma penso si stia organizzando!) fatti di non so quale materiale particolarmente stopposo, praticamente indistruttibile — anche se basta sfiorarli per poter ascoltare il disco «non toccarlo: si rompe!»... sì, li avete sicuramente visti, quei cosi fatti all’uncinetto o a non so quale dannato ferro, con tutti i ricamini, i pizzetti, le pizzette... Insomma, i centrini.  E si chiamano centrini perché stanno “al centro”: ma al centro di cosa?  Risposta: di tutto...  E devono essere “centrati”, guai a spostarli: si scentrano e non sono più centrini!  Sempre restando oscura la loro funzione: mettiamoli pure in centro, ma proprio bene, misuriamo anche con una bindella o con qualche strumento trigonometrico in modo da non avere dubbi.  Avremo esaudito la loro natura, saranno pure realizzati ma a cosa ca**o servono?  Risposta: i centrini si mettono sotto... boh, a casa mia il problema è proprio questo: i centrini si mettono sotto tutto!  Ogni cosa che sta ferma ha il suo centrino.  Il portacenere, il vaso dei fiori, le cornici con le foto della prima comunione, l’affettatrice per il prosciutto, la collezione di bottigliette di liquori mignon, il divano, il letto matrimoniale... tutto ha il suo centrino.  Alla bisnonna le ha preso una paresi e lì, subito pronto il centrino anche per lei!

E ognuno ha il suo e guai a confonderli: «questo è svasato e va sotto al vaso, questo comunicativo e va sotto il telefono, quest’altro è luminoso e va sotto l’abat-jour...», mi sembra ovvio, chi potrebbe sbagliare?

Manie assurde come quelle delle pattine: abbiamo provveduto a stroncarle sul nascere... Le prime volte, quando entravi in casa ti trovavi la schiera di pattine belle pronte, delle misure più svariate: guai a muoversi senza!  Pulivamo anche la casa: mio papà davanti con quelle bagnate, io dietro con quelle asciutte e mia sorella con quelle incerate; il trenino barese... una pena!!

Che poi, a parte tutto, anche mio papà ha le sue belle manie.  Lui c’ha la passione dell’Ispettore Derrick, quello che fanno in TV ogni martedì; che lui lo chiama «il dèric»... ah beh, il dèric è proprio bello: togligli tutto ma non toccagli il dèric.  Quando inizia il dèric a casa mia cala il silenzio: tutti zitti, fermi, immobili, se devi starnutire esci, se ti viene in mente una cosa importante da dire è meglio che te la segni, si stacca il telefono: nessuno deve disturbare perché c’è il dèric che indaga.  Si toglie l’audio della casa e si alza quello del dèric.  Sant’uomo il dèric.  Cinquant’anni che corre dietro ai cattivi, il dèric!  Osso duro, ma avrà pure la sua bella età, il dèric: per me è pure morto e non lo sa, con quel viso pallidino, segnato, quasi finto... sì, per me il dèric è imbalsamato!  Ma cosa gliene frega a mio papà?  Per lui il dèric è il dèric e basta, vivo o morto o imbalsamato che sia!

Che poi, lo so io perché il dèric gli piace così tanto.  Cosa succede nelle puntate del dèric?  Nulla!  Al massimo al massimo — nelle puntate buone — muore uno all’inizio — insomma, non sempre! — e poi basta.  È così facile, si capisce subito tutto.  Non come Hunter o il Tenente Colombo, che muore una persona via l’altra e mio papà non capisce nulla dopo due scene: e continua «ma chi era? E quello lì? Ma muore?».  No, no, col dèric non si sbaglia.  Muore il primo e poi stop, ci si riposa, lo vedi con calma, rilassato, come in un idromassaggio.  E mio papà inizia subito alle prime scene a investigare, ne vede uno mai visto prima «quello lì ha una faccia che non mi piace... per me è stato lui... sì, sì, chi altro potrebbe essere stato?...» ... ma papà, non è ancora successo nulla... «aspetta...», ma non fa in tempo, combatte una partita già persa con le palpebre, si scuote due o tre volte, e poi cade, inesorabilmente vittima del dèric: è più forte di un Tabor, il dèric!

E poi, in ogni famiglia ci deve essere qualcuno che racconta ai bambini piccoli le favole... sì, una fiaba tipo questa, come quelle che raccontavano a me — si vedono i risultati! —, bella, semplice, con una chiara morale istruttiva, insomma...

  In quel momento correva l’anno 1600 berlinetta: dissero che in Australia era primavera e tornavano i boomerang, e un principe stava diventando azzurro guardando la volta celeste.

La regina leggeva, comodamente seduta su un muro, brani tratti dal libro «Polifemo e i suoi inutili occhiali», quando si venne a sapere che i coccodrilli del fossato erano gravemente malati.

Il re spese tutti i sui averi fino a sdraiarsi sul lastrico e, povero in canna come un colpo, preso dalla disperazione, decise di aprire la sua cassa toracica per prendere il pil’oro e venderlo; ma siccome per fare ciò gli ci voleva del fegato, alè, prese anche quello.

Poi, tutto scassinato ma non privo di un certo spirito, cominciò a ridere fino a sbudellarsi.  La regina appena lo vide così gli chiese se per caso si era bevuto il cervello, e lui disse che era una questione di secondi poi avrebbe fatto anche quello.  Lei sconvolta decise di lapidarsi, ma non ci riuscì perché un lupo mannaro le lanciò la mannaia centrandola con la cugina della cammella cioè la lama, e proprio nel mezzo di un’effusione, cioè tra il bacino e un sospiro.

Lei spirò pensando a cosa voleva dire spirò e pensando che il cane era sì il migliore amico dell’uomo, ma con le donne era solo un ottimo lanciatore di coltelli.

Anni bui, quindi.

Quintino Sella, inventore del cavallo, sposò anche una zoccola e passò così alla storia come uomo di grande coerenza, ma proprio il giorno delle nozze, soffiandosi il naso con un fazzoletto di terra, si sentì dire da un contadino che quel fazzoletto era suo, come era suo il muco che ci pascolava dentro.

La sposa, inorridita, scappò il riva al lago che prima era vero e poi diventò artificiale come un arto.

Arrivò a Novara dove vivevano dei parenti, ma quando fu lì si accorse che i parenti c’erano, però non erano i suoi; ferita nell’orgoglio, se ne ì a Vicenza dove abitava una nonna, solo che giuntavi si accorse che non era la sua: la supplicò di diventarlo, ma la vecchia disse che ormai le parentele erano fatte e che il destino non si cangia.

Lei prese delle bilie e si strabiliò, quando tutto a un tratto «ma mi mu mo, chissà chi lo sa, Febo Conti», un maniaco col montone le si avventò contro, la fece sua con un timbro e la possesse sui sassi con grandi rumori di ossa.  Il montone tirava ma il maniaco lo teneva con il guinzaglio; lei diceva: «Sono Viola!».  «Il tuo colore non mi interessa, dimmi piuttosto come ti chiami» insisteva l’altro!  «Livida» disse lei.  «Adesso ho capito» bofonchiò il maniaco, scomparendo dietro le quinte come una comparsa alla fine del primo atto evidentemente osceno.

Quando la donna si riprese, bussò alla porta di un amico: era aperta, allora entrò; l’amico giaceva morto sul muro e russava. «Fred, John, Paul, Ugo...» urlò lei e il morto rispose: «Non ci sei andata vicino neanche con uno».  «Mi scusi, avrò sbagliato casa» disse lei uscendo.  Controllato il numero civico si accorse che non era il sei ma il nove, oppure era il sei però allora la casa era capovolta.  E qui gatta cicogna.

Cercò un amico che stesse chissà chessò al dodici, così non avrebbe potuto sbagliarsi.  Fece per entrare, ma la porta era chiusa.  Batté violentemente la nasca e cadde all’indietro sullo zerbino, gemette ma non morse.  In quel momento passò il lattaio buttando la bottiglia e la centrò alla nuca, questa volta uccidendola.  La prossima volta si vedrà.

L’avventura proseguì, perché io ricordo che il lattaio venne rinchiuso nella prigione di stato e continuò a fare il suo mestiere, ma questa volta tutti avevano il casco e lui poteva lanciare indisturbato.

Il direttore del penitenziario, dopo tre anni e tre notti per una cosa o per un’altra, lo fa uscire facendosi promettere di non fare mai più il garzone del lattaio se non lavorando al banco.

I primi giorni dell’ex galeotto passano tranquilli, ma alla prima richiesta di un litro di latte in bottiglia lui non può far altro che sfracellarla eccome, in testa all’avventore che, averlo saputo prima, certo non si sarebbe mai avventato.

Egli infatti muore senza arte né parte e senza tante storie, ai piedi del bancone, vicino ad altri clienti morti, però, di morte naturale (probabilmente era il negozio che portava sfortuna).

Il lattaio, allora, questa volta, decide di fuggire, ma il rimorso lo sopraffà, mentre un tramonto di colori di triste presagio lo mette a disagio.  Non crede ai suoi occhi, dà loro dei bugiardi e si nasconde con l’involontario aiuto di un gruppo di ragazzetti che stavano giocando a palla avvelenata, mettendo serpenti dentro le mutande dei loro amici.

A un tratto cominciarono a bruciargli gli occhi, i monellacci, proprio a lui, che era sempre stato buono, bravo, sagace, pronto, disponibile, coerente, buono, sagace, disponibile, coerente, pronto, buono, buono, sagace, sagace, coerente, pronto... pronto...  Aveva messo giù!

Arrivata sul posto, l’ambulanza lo caricò e lo portò d’urgenza in una pizzeria.  (Paese che vai, usanza banzai.) [1]

Mi raccomando, mamme e papà, raccontate favole ai vostri bambini: non nel senso che promettete di lasciarli alzati fino a tardi e poi li mandate a letto alle 8.30 dopo le Veline; ma nel senso di leggere loro, tutte le sere un sano raccontino, che certo svilupperà la loro logica pacchiana!  E voi, bambini, considerate anche questo: non è difficile scrivere una favola.  Si prendono due o tre deficienti a caso e si mettono in un castello o in
un bosco...  Vi faccio un esempio: Cappuccetto Rosso è una favola popolata esclusivamente da imbecilli.

La nonna di Cappuccetto Rosso vive nel bosco e tiene novantacinque anni.  Ma vai all'ospizio,  cretina!  Come ti viene in mente a novantacinque anni di vivere nel bosco da sola, che costringi i parenti ad andare avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro, per la foresta?!  E poi uno si stupisce se la gente lascia i nonni sull'autostrada d’estate!

La mamma di Cappuccetto Rosso è un’altra scimunita.  Dà alla bambina il cestino e le dice: “Tieni, vai dalla nonna e portale da mangiare! Ciao, in bocca al lupo”.  Cappuccetto Rosso immediatamente si gratta!

Arrivata nel bosco incontra il lupo più imbecille della storia del WWF, che non se la mangia ma chiede ansioso: “Dove vai bella bambina?”  “Dalla nonna” risponde lei.  E il lupo, invece di mangiarsela sul posto, come farebbe un lupo con un normale quoziente intellettivo, va a casa della nonna e mette in piedi una sceneggiata che al confronto Mario Merola non è nessuno!  Arriva alla casetta e bussa. “Toc, toc” “Chi è?” “Cappuccetto Rosso”  “Avanti”.  E qui abbiamo la conferma che la nonna è completamente arteriosclerotica: anche se Cappuccetto Rosso ha la voce di Fausto Leali durante una crisi d’asma, come può la nonna confonderla con un lupo?  A questo punto il lupo entra e si mangia la nonna. Notare l’educazione del lupo che non sarebbe mai entrato a mangiarsi qualcuno senza bussare.

Qui avviene il capolavoro della storia. La vera genialità: il lupo invece di mettersi dietro la porta con una mazza e dire: “Mò, quando arriva la
creatura le do una mazzata in faccia, l'allesso e poi me la sgranocchio”,  nooo! Il lupo che fa?! Si mette la camicia da notte della nonna, la cuffietta con le orecchie che escono attraverso apposite asole che lui stesso ha approntato (si sa che i lupi sono sarti provetti) e si infila nel letto.

Arriva Cappuccetto Rosso, che i più intimi chiamano Einstein per la sua intelligenza pronta e vivace, entra, guarda il lupo e invece di  chiamare il 113, oppure dirgli: “Imbecille, come ti  sei combinato, hai perso completamente tutta la dignità di lupo, guarda là, sembri Ave Ninchi”, come reagisce??? Dice: “Oh, nonna, che peli lunghi che hai!”  Ora bambini: chiunque di voi possieda un cane provi a mettergli una cuffia e un paio di occhiali da vista e veda se somiglia alla nonna!  Se sì, fate abbattere vostra nonna o consegnatela alle autorità.

Ora... è vero che la nonna non ha riconosciuto la voce del lupo da quella della nipote, d'accordo, ma la nonna tiene novantacinque anni e può essere rincoglionita. Ma Cappuccetto Rosso come fa a non distinguere sua nonna da un lupo con una cuffietta?! Ma chi è sua nonna? King Kong? Anche se non si fa la ceretta dal 1931, chi è? Lucio Dalla? Lo Yeti?

Comunque, tutto è bene quel che finisce bene e il lupo se la mangia...

[1] A scanso di accuse di plagio, preciso che il brano qui sopra è tratto dal primo libro di Alessandro Bergonzoni, Le balene restino sedute: se vi piace il genere nonsense è il vostro pane!!